Cronache USA

Trump 2: Ucraina, elezioni, dazi, una settimana ad alta intensità

31
Marzo 2025
Di Giampiero Gramaglia

I negoziati per la tregua in Ucraina, ma anche un primo aprile elettorale e, mercoledì, la ‘giornata della liberazione’, con una pioggia di dazi. Senza dimenticate gli strascichi del SignalGate, alias chatgate, e le vertenze giudiziarie aperte, alcune delle quali già avviate alla Corte Suprema. L’undicesima settimana di Donald Trump alla Casa Bianca si annuncia come una delle più intense, (e nessuna è stata finora piatta).

In un’intervista telefonica con la Nbc, Trump dice di essere molto arrabbiato col presidente russo Vladimir Putin, che pome condizioni alla tregua con l’Ucraina nel Mar Nero concordata a Riad la scorsa settimana, e lo minaccia di dazi sul petrolio e/o di ulteriori sanzioni d’ogni tipo. Ma aggiunge che l’arrabbiatura gli passerà in fretta, se Putin farà la cosa giusta.

I due leader dovrebbero di nuovo parlarsi in questi giorni. Putin subordina l’entrata in vigore della tregua nel Mar Nero alla levata delle sanzioni sull’export russo di cereali e fitofarmaci e contesta la credibilità del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, prospettando un governo di transizione per l’Ucraina.

Trump è stato pure critico nei confronti di Zelensky, che frena sull’accordo per lo sfruttamento, da parte degli Usa, delle risorse minerarie ucraine.

Nelle more del perfezionamento delle intese, i combattimenti al fronte continuano e, ogni notte, bombardamenti fanno vittime nelle città ucraine.

Trump 2: martedì, i test elettorali
Martedì, si vota, fra l’altro, per due seggi della Camera in Florida, lasciati liberi dalle dimissioni di due deputati repubblicani: Mike Waltz, divenuto consigliere per la Sicurezza nazionale e ora, lo vedremo, in bilico per il chatgate, e Matt Gaetz, dimessosi quand’era segretario alla Giustizia ‘in pectore’, ma poi costretto a rinunciare alla designazione per l’eco dei suoi comportamenti non etici.

Se i repubblicani dovessero perdere uno o entrambi i seggi, la loro maggioranza alla Camera s’assottiglierebbe. Il voto è un test dell’impatto sugli elettori dei primi 70 giorni del Trump 2.

Molto rilievo ha assunto il voto in Wisconsin per un giudice della Corte Suprema dello Stato: Elon Musk, l’uomo più ricco al Mondo, sodale di Trump, ha infatti investito molti soldi a favore del candidato conservatore, lanciando una sorta di lotteria, come aveva fatto per le presidenziali in Pennsylvania l’autunno scorso, e scontrandosi con i giudici ordinari che hanno bloccato l’iniziativa.

D’altro canto, il miliardario anti-Musk George Soros ha sostenuto la campagna del candidato progressista.

L’operato di Musk al Doge, il Dipartimento per l’efficienza dell’Amministrazione pubblica, resta al centro di contestazioni giudiziarei per i tagli di centinaia di migliaia di posti di lavoro, decisi in modo lineare – tutti i dipendenti in prova – o ‘mirati’ – quelli di agenzie da sopprimere, come la USAid, o quelli che lavoravano sulla diversità, l’equità e l’inclusione -.

I contraccolpi delle azioni del Doge investono le attività di Musk, specie la vendita delle Tesla, le auto elettriche divenute il bersaglio dei movimenti anti-Musk. Ma i repubblicani in Congresso evtano di antagonizzare il sodale del presidente, pur cercando di evitare licenziamenti ciascuno nel proprio collegio.

Trump 2: mercoledì. la ‘giornata della liberazione’ con la pioggia di dazi
L’Amministrazione Trump è al lavoro per definire che tipo di dazi imporre mercoledì 2 aprile, chiamato dal presidente la ‘giornata della liberazione’. Secondo il Wall Street Journal, il dibattito alla Casa Bianca è se imporre tariffe ‘personalizzate’ per i singoli commerciali degli Stati Uniti o se optare per dazi universali del 20%, che colpirebbero in modo lineare tutti i Paesi che hanno scambi commerciali con gli Stati Uniti. Il presidente, che vuole soluzioni “semplici”, sarebbe propenso a dazi modulati e vorrebbe “un numero chiaro” per ogni Paese.

Ma finora, a sole 48 ore dal D-Day, nulla sarebbe stato deciso. E i media prospettano l’impatto che le nuove tariffe potrebbero avere sui consumatori statunitensi e, in caso di ritorsioni, anche sui produttori.

Trump 2: chatgate, Waltz a rischio nelle turbolenze del caso
Le turbolenze del chatgate, cioè le polemiche suscitate dalla chat in cui alti esponenti dell’Amministrazione Trump hanno discusso i piani d’attacco allo Yemen senza rendersi conto della presenza nella conversazione d’un giornalista, che ha poi pubblicato lo scambio integrale, restano forti, specie sui media ‘liberal’.

Secondo esperti ed ex funzionari dell’intelligence interpellati da Cnn e altri media, il modo in cui la chat su Signal è stata condotta ha violato le regole dell’intelligence. Le ripercussioni possono costare il posto come minimo al consigliere per la Sicurezza nazionale Mike Waltz, che s’è preso la responsabilità dell’accaduto. Il presidente lo difende in pubblico, ma va in giro a chiedere – riferisce il Washington Post – se lo deve licenziare o meno.

Trump 2: migranti e viaggi a spese dei contribuenti, Noem nella bufera
C’era da aspettarselo che Kristi Noem, l’ex governatrice del South Dakota, divenuta segretario alla Sicurezza interna, cioè responsabile, fra l’altro, della deportazione degli immigrati illegali, finisse, prima o poi, al centro di polemiche. La suffragetta trumpiana, che nella sua biografia racconta senza imbarazzi di avere ucciso a fucilate un suo cucciolo, perché inadatto alla caccia, s’è fatta fotografare davanti a una gabbia affollata di immigrati venezuelani semi-nudi, presunti appartenenti a una gang, destinati a essere deportati senza supervisione giudiziaria, in base all’applicazione – contestatissima – di una legge del 1797.

L’immagine sarà piaciuta a molti elettori trumpiani, ma ne ha anche lasciato milioni sotto shock. Come se non bastasse, l’Ap ha accertato che la governatrice Noem spese almeno 150 mila dollari dei contribuenti del suo Stato per fare campagna per Trump in giro per l’Unione nel 2024 – un’attività che le valse poi la nomina nel gabinetto -.

Noem ha pure fatto parlare – male – di sé quando, in visita alla prigione di El Salvador che ospita i venezuelani deportati, ha esibito al polso un Rolex d’oro del valore di 50 mila dollari.