Cronache USA
Trump 2: Camera vara legge quadro, Musk è tallone d’Achille
Di Giampiero Gramaglia
La Camera degli Stati Uniti ha approvato una ‘legge quadro’ finanziaria, che contiene i presupposti per l’attuazione di gran parte dell’agenda socio-economica del presidente Trump, con forti tagli paralleli, ma squilibrati, delle tasse – ripristinando in pratica quelli del 2017 – e delle spese. Il voto è stato lungo rigide linee partitiche: 217 repubblicani a favore, 215 democratici contro.
Il provvedimento passa ora al Senato. Esso contiene disposizioni procedurali che consentono d’evitare eventuali ostruzionismi da parte democratica in sede di discussione.
È una buona notizia per l’Amministrazione Trump, anche se la compattezza dei repubblicani accusa qualche scricchiolio e se molti dettagli restano da definire, a partire dallo squilibrio fra tagli delle tasse – 4,5 migliaia di miliardi di dollari in dieci anni – e delle spese, duemila miliardi -, il che comporterebbe un forte aumento del debito federale.
In questa fase, il tallone d’Achille del Trump 2 resta Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo messo a capo del Doge, il Dipartimento per rendere più efficiente l’Amministrazione pubblica. Perché, se è vero che, come scrive il Washington Post, “il nuovo ordine mondiale di Trump va delineandosi”, dall’Ucraina al Medio Oriente, è anche vero che, sul fronte interno, non tutto fila liscio.
Ci sono, in particolare, timori per l’economia e l’inflazione. L’indice della fiducia dei consumatori registra a febbraio il peggior arretramento mensile dall’agosto 2021, tra annunci di dazi e aumenti dei prezzi.
Trump 2: il catalogo dei problemi che Musk e il Doge pongono
Musk e il Doge, per ora, hanno sostanzialmente tagliato posti di lavoro e spese, in modo più o meno riuscito e sensato. Un catalogo dei problemi lo fa proprio il WP.
I tagli – Dopo avere trascorso qualche giorno a contatto con i loro elettori, alcuni (pochi) senatori e deputati repubblicani cominciano a criticare apertamente non Trump, ma Musk. Doug LaMalfa, deputato della California, dice che Musk dovrebbe usare lo scalpello e non l’ascia per i suoi tagli. Si segnala che, in alcuni casi, l’Amministrazione sta chiedendo a dei dipendenti tagliati se vogliono tornare al lavoro per colmare i vuoti creati da licenziamenti orizzontali – tutti i dipendenti con meno di due anni di anzianità fuori – e scivoli – chi esce volontariamente riceve lo stipendio senza lavorare per altri sette mesi -.
I dati – L’acquisizione, da parte del Doge, dei dati personali dei cittadini americani allarma esperti ed elettori, ma anche elementi della squadra di Musk – 21 si sono già licenziati, dopo più o meno due mesi di lavoro -. C’è il rischio che i dati vengano usati in modo improprio.
Il New York Times contesta i risultati vantati da Musk e dal Doge in materia di risparmi ottenuti – quelli effettivi sarebbero molto inferiori a quelli dichiarati – e mette in evidenza che i cinque maggiori successi enunciati la scorsa settimana sono già spariti dal sito del Dipartimento, perché rivelatisi ‘bufale’.
La Cnn evidenzia conflitti di interesse tra l’Amministrazione federale e le aziende di Musk: la Faa, cioè la Federal Aviation Administration, ha appena concordato di utilizzare il sistema internet Starlink di SpaceX per migliorare la propria gestione dello spazio aereo. Ma SpaceX è un’azienda di Musk.
Trump 2: ricorsi giudiziari e malumori mediatici
C’è il consueto stillicidio di ricorsi giudiziari, collettivi o individuali, sugli ordini di Trump, la cui esecutività viene spesso bloccata dai giudici, almeno temporaneamente: Stati, enti locali, organizzazioni, sindacati contestano la legalità di singoli provvedimenti.
E c’è un malumore mediatico diffuso per la decisione della Casa Bianca di decidere quali media abbiano accesso al presidente, nel cosiddetto ‘pool dei giornalisti’ sempre vicino al presidente. Karoline Leavitt, la portavoce di Trump, ha annunciato che d’ora in poi sarà lei a selezionare chi farà parte del pool, rompendo una tradizione di circa un secolo, per cui la scelta spettava all’Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca. Che, infatti, protesta: “è un attacco all’indipendenza della libera stampa”.
La vicenda si somma a quella dell’esclusione della Ap, la maggiore agenzia di stampa statunitense e una delle tre maggiori mondiali, dai briefing della Casa Bianca perché si rifiuta di adottare la dizione Golfo d’America decisa da Trump invece di quella tradizionale di Golfo del Messico.
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