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	<title>The Watcher Post</title>
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	<description>Testata giornalistica online di analisi politica ed economica</description>
	<lastBuildDate>Thu, 20 Aug 2026 09:34:57 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Il mattone che non conosce crisi: le seconde case di lusso raddoppiano in dieci anni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 09:34:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[lusso]]></category>
		<category><![CDATA[seconde case]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mercato delle seconde case di lusso in Italia raddoppia in dieci anni: quasi 6.000 compravendite sopra il milione di euro. Da Cortina a Portofino, fino ai laghi e alla Costa Smeralda, cresce la domanda estera e l'offerta resta scarsa.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Mentre il mercato immobiliare tradizionale rincorre la stabilità, il segmento delle seconde case di lusso inserisce le marce alte e completa un sorpasso storico. Nel giro di dieci anni, il mattone <em>ultra-prime</em> in Italia ha esattamente raddoppiato i propri volumi, trasformando quella che era un&#8217;economia di nicchia in un volano da quasi seimila transazioni l&#8217;anno sopra il milione di euro. Con un balzo del +103% dal 2016 al 2025, le compravendite nel segmento alto hanno raggiunto quota 5.982 unità, e il motore quasi esclusivo di questo boom ha un nome preciso: le abitazioni a uso non principale. Rappresentano ormai il 75% dell&#8217;intero settore, pari a 4.481 transazioni complessive dominate per oltre i due terzi dalle cessioni da parte di imprese rispetto ai privati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fotografia scattata dal report firmato da Patrigest e Santandrea del Gruppo Gabetti diffuso in queste settimane mostra come la ricerca del lifestyle italiano e la spinta degli investitori esteri abbiano blindato il comparto contro ogni scossone congiunturale. Le località turistiche d&#8217;eccellenza hanno progressivamente staccato i centri urbani, dove la sola Milano riesce a ritagliarsi uno spazio tra le prime trenta posizioni per concentrazione di pregio. In montagna è Cortina d&#8217;Ampezzo a guidare la classifica dell&#8217;esclusività nazionale, forte del volano reputazionale delle Olimpiadi Invernali. Ma è Courmayeur a registrare il record di fluidità: con appena quattro mesi medi di permanenza sul mercato e sconti in trattativa quasi azzerati, la località valdostana dimostra come la domanda di chalet e mansarde panoramiche superi ormai strutturalmente un&#8217;offerta sempre più rara.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spostandosi lungo le coste, il quadro economico accentua ulteriormente i propri picchi di valore. Portofino stabilisce il record assoluto del settore toccando i 13.600 euro al metro quadro nel segmento Prime, sostenuto dai budget milionari di chi è in cerca di vista mare. Più a sud, la Versilia vanta la più alta densità di immobili premium in Italia, coprendo il 34% dell&#8217;offerta territoriale con Forte dei Marmi in testa e un prepotente ritorno del capitale americano. Un dinamismo a cui fa da eco la Riviera Romagnola, rimodulata dal fenomeno dei &#8220;weekend lunghi&#8221; e dal lavoro agile, e una Sardegna a doppia velocità: da un lato la domanda italiana che presidia la Gallura entro il milione di euro, dall&#8217;altro gli investitori esteri che guidano il segmento ultra lusso in Costa Smeralda con budget superiori ai tre milioni di euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A chiudere il cerchio d&#8217;oro sono i laghi del Nord, vero catalizzatore di acquirenti internazionali favoriti dalla vicinanza agli hub aeroportuali e dal regime di flat tax per i neo-residenti. Sul Lago di Como, tra i picchi di Campione d&#8217;Italia a quasi 9.000 euro al metro quadro e ville fronte lago contese senza margini di trattativa, la spinta della domanda estera continua a saturare la disponibilità sul mercato. Questa corsa al mattone d&#8217;élite scopre tuttavia un vistoso punto di rottura: nella fascia tra i 6.000 e i 10.000 euro al metro quadro si registra un netto squilibrio strutturale, dove il 43% delle richieste si concentra sui bilocali a fronte di un&#8217;offerta reale che non supera il 33% delle unità disponibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un contesto macroeconomico incerto, l&#8217;immobile di prestigio destinato al tempo libero non si limita dunque a resistere, ma ridefinisce le geografie dell&#8217;investimento e impone nuove logiche di scarsità. Un cortocircuito tra domanda bulimica e offerta col contagocce che, tra piazze esclusive e trophy asset contesi, promette di spingere ulteriormente l&#8217;asticella dei prezzi e di blindare il mercato italiano tra i più attrattivi d&#8217;Europa.</p>
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		<title>Iran: Trump ora vuole “strangolarlo” economicamente, mentre debito Usa tocca livelli record</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 09:26:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli Stati Uniti superano i 40 mila miliardi di dollari di debito pubblico, mentre Trump annuncia una nuova guerra economica contro l’Iran. Tra sanzioni, mercati e tensioni con Cina e Russia, cresce l’allarme sui conti americani.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Gli Stati Uniti stabiliscono un nuovo record assoluto. Ma non è uno di quelli di cui si va fieri. Il loro debito pubblico ha ieri raggiunto e superato i 40 trilioni di dollari, 40 mila miliardi di dollari, cifra che evoca più storie alla Paperon de&#8217; Paperoni che cronache da oculati amministratori. Molti media Usa, stamane, intrecciano questa storia con la svolta contro l&#8217;Iran del presidente Donald Trump, che non vuole più ridurre il Paese all&#8217;età della pietra con missili e bombe, ma progetta di “strangolarlo” economicamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il New York Times constata che “l&#8217;America continua ad abbuffarsi di prestiti”, mentre “le promesse di Trump di rimettere i conti in ordine e di ridurre il peso del debito sono contraddette dalle spese per la guerra all&#8217;Iran, dai tagli delle tasse e dal rimborso dei dazi agli importatori”. E la Cnn nota che “il problema del debito peggiora più rapidamente di quanto si prevedeva: il debito nazionale raggiunge un traguardo negativo, mentre gli interessi da pagare sui debiti crescono – <em>attualmente, valgono mille miliardi di dollari l&#8217;anno, oltre il 3% del Pil Usa, ndr</em> -&#8230; I mercati globali ne sono colpiti&#8230; E la vita agli americani potrebbe diventare più costosa&#8230;”, tanto più che “segnali d&#8217;allarme vengono dal mercato dell&#8217;energia”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ovviamente, anche il Wall Street Journal, quotidiano economico-finanziario, apre su questo tema: punta l&#8217;attenzione sulla figura e sul ruolo del segretario al Tesoro Scott Bessent, figura chiave dell&#8217;Amministrazione Trump, che ha appena adottato misure tecniche di relativa efficacia, ma che pare però più impegnato a organizzare la guerra economica all&#8217;Iran che a governare il debito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le Monde attribuisce “la crisi del debito” alla domanda di capitali per l&#8217;IA e alle spese per la difesa: “I&#8217;indebitamento americano … alimenta un aumento dei tassi d&#8217;interesse sul mercato del debito”; e ciò ha riflessi negativi anche sui Paesi europei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma questi scenari da Armageddon finanziario non distolgono il presidente Trump dai suoi propositi d&#8217;isolare economicamente l&#8217;Iran per bloccare lo stallo nel conflitto e nei negoziati. Una strategia che – osserva buona parte della stampa Usa – è di lunga durata e che mal s&#8217;adatta alle esigenze elettorali e al carattere impaziente del magnate presidente: di qui, lo scetticismo che si traduce in formule tipo “fin che dura”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul suo social Truth, Trump scrive:&nbsp; &#8220;Nessuno ha offerto alla Repubblica Islamica dell&#8217;Iran un&#8217;opportunità migliore della mia per raggiungere un accordo. Però, tragicamente per loro, non l&#8217;hanno colta. Pertanto, oggi annuncio l&#8217;operazione economica più devastante mai intrapresa contro un Paese! Si tratterà di una guerra economica e di un isolamento senza precedenti&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono giorni che si rincorrevano voci di nuove durissime sanzioni di Washington contro Teheran. Ma il post su Truth non offre indicazioni precise, anche se il magnate presidente avverte che &#8220;qualsiasi Paese consenta alle proprie istituzioni finanziarie, imprese, aeroporti o enti governativi d&#8217;offrire all&#8217;Iran un&#8217;ancora di salvezza dovrà affrontare a sua volta conseguenze economiche tremende&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump si riferisce al contrabbando di petrolio, ai trasferimenti di denaro e alle società di facciata fornite da Paesi Terzi, in particolare Russia e Cina, che in questi anni hanno consentito a Teheran d&#8217;aggirare le misure occidentali. Il presidente prosegue: &#8220;Sappiamo bene chi siete. Sarà un &#8216;D-Day economico&#8217; e abbiamo bisogno che tutti i nostri alleati si schierino al nostro fianco per isolare e sconfiggere la minaccia rappresentata dall&#8217;Iran&#8230; Questi fanatici sono alle corde, queste misure storiche li metteranno in ginocchio, paralizzando la loro capacità di portare il terrore nel mondo&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella sua home page, Fox News &#8216;traduce&#8217; le parole di Trump individuando nei presidenti cinese Xi Jinping e russo Vladimir Putin i destinatari dell&#8217;avvertimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei mesi scorsi, il segretario al Tesoro Bessent ha varato diverse misure destinate a colpire società di comodo e intermediari che aiutano i pasdaran a operare nel sistema finanziario internazionale. Ora, le ipotesi formulate dagli analisti circa l&#8217;Armageddon finanziario – sintetizza sull&#8217;ANSA Benedetta Guerrera &#8211; “vanno dal blocco terrestre delle merci alla stretta sulle raffinerie indipendenti cinesi che rappresentano un quarto della capacità di raffinazione di Pechino. Ma c&#8217;è anche chi pensa a un sistema di sanzioni di secondo grado, &#8230; quelle contro chi aiuta a eludere la stretta americana all&#8217;Iran, come avvenuto in passato nei confronti della Russia”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche in questo caso le misure colpirebbero soprattutto banche e aziende cinesi, aprendo un fronte di scontro con Pechino a un mese dalla visita di Xi a Washington.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Starlink contro gli operatori telco americani: una lezione per l’Europa?</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/top-news/starlink-contro-gli-operatori-telco-americani-una-lezione-per-leuropa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 12:58:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Top News]]></category>
		<category><![CDATA[mobile]]></category>
		<category><![CDATA[Starlink]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima trimestrale di SpaceX da quando la società in borsa conferma la sua strategia: diventare un operatore mobile negli Stati Uniti.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La prima trimestrale di SpaceX da quando la società è quotata in borsa conferma un nuovo tassello della sua strategia: diventare un vero e proprio operatore mobile negli Stati Uniti e conquistare i clienti di AT&amp;T, Verizon e T-Mobile. Lo ha detto chiaramente Gwynne Shotwell, numero due dell’azienda, che punta a conquistare una parte dei circa 600 miliardi di dollari di ricavi annui dei tre operatori. Il mercato ha reagito nel giro di ore. Le azioni dei tre gruppi hanno perso tra il 2 e oltre il 4% nelle contrattazioni successive all’annuncio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è la prima volta che un nuovo entrante minaccia gli operatori storici. È la prima volta, però, che lo fa un’azienda per cui la telefonia mobile non deve reggersi sui propri ricavi per sopravvivere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fino a poco tempo fa Starlink si presentava come un complemento degli operatori telco, non come un concorrente. Era nata per coprire le zone periferiche dove le reti terrestri non arrivano, o per offrire soluzioni di connettività particolari come quella aerea e marittima, e vendeva capacità satellitare agli stessi operatori per completare le loro offerte. Il cambio di passo si legge nei numeri della trimestrale. La divisione connettività, cioè Starlink, ha fatturato 4,29 miliardi di dollari, il 66% in più dell’anno precedente, con un margine operativo attorno al 39%, l’unica divisione di SpaceX già in utile, mentre i lanci spaziali e l’intelligenza artificiale restano in perdita. I clienti sono raddoppiati in un anno, a 12 milioni nel mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con questa liquidità Starlink ha acquisito da EchoStar quasi 20 miliardi di dollari di spettro radio, con il via libera della Federal Communications Commission (FCC), l’autorità statunitense delle telecomunicazioni. Era l’ultimo ostacolo alla trasformazione dei satelliti da rete di riserva a infrastruttura terrestre vera e propria, con antenne e ripetitori sul territorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli operatori storici rimangono scettici. Secondo John Stankey, ceo di AT&amp;T, i nuovi concorrenti arrivano sempre tardi, dopo che il settore si è già consolidato attorno a decenni di investimenti in infrastruttura. Quello di Verizon, Hans Vestberg, ha aggiunto che la fisica stessa limita la capacità di un satellite di competere con un’antenna terrestre nelle aree a maggiore densità di popolazione, dove si concentra la domanda. Uno degli analisti più ascoltati del settore, Craig Moffett, ha definito estremamente complesso costruire in tempi brevi una rete nazionale competitiva senza un accordo con un operatore già presente sul territorio. Starlink, del resto, colloca l’obiettivo tra il 2027 e il 2028, non prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A metà maggio, comunque, AT&amp;T, Verizon e T-Mobile hanno costituito una joint venture per mettere in comune spettro e standard tecnici sulla connettività satellitare diretta agli smartphone. Non sciolgono i rapporti individuali già in essere, visto che T-Mobile resta legata a Starlink e le altre due ad AST SpaceMobile, altra società di connettività satellitare diretta agli smartphone, ma si assicurano di non dipendere da un unico fornitore. È una risposta di mercato, non regolatoria: si compete su prezzo e qualità, ci si copre dal rischio di dipendere da un solo attore, e si lascia che sia il cliente a scegliere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tre operatori che controllano insieme il 98% del mercato mobile statunitense, ciascuno con oltre 100 milioni di abbonati, sentono comunque la pressione di questo scenario. È facile immaginare l’effetto su un mercato dove l’operatore medio serve 5 milioni di clienti e i primi cinque messi insieme non arrivano al 50% di quota. È la fotografia dell’Europa delle telecomunicazioni: oltre cento operatori, una spesa per investimenti pro capite di circa 109 euro contro i 174 degli Stati Uniti, una capacità di fare massa critica sui fornitori di tecnologia che resta frazionata in ventisette mercati nazionali. La spinta verso le fusioni transfrontaliere si è arenata più volte a Bruxelles, tra un Digital Networks Act che il settore ha accolto con freddezza, giudicandolo insufficiente rispetto alle attese, e una Commissione divisa tra chi vuole più mercato unico e chi teme la nascita di grandi gruppi nazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bruxelles, però, non è rimasta a guardare sul fronte satellitare. Il 27 maggio la Commissione ha proposto di dividere in tre parti uguali la banda dei 2 gigahertz usata per i servizi satellitari mobili, la stessa su cui si basa l’offerta diretta allo smartphone. Un terzo alle comunicazioni istituzionali, legate alla costellazione europea IRIS2. Un terzo riservato a nuovi operatori europei. L’ultimo terzo aperto alla concorrenza tra soggetti europei e non, Starlink compreso. La commissaria Henna Virkkunen ha definito la proposta una misura di resilienza, non di protezionismo. Il riferimento non è casuale: la stessa Commissione, presentando la misura, ha ricordato che un solo fornitore privato americano è diventato negli anni indispensabile alla connettività civile e militare dall’Ucraina all’Artico. Difendersi da una dipendenza di questo tipo è una scelta legittima, difficile da contestare nel merito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma riservare lo spettro non crea da sola la scala industriale che manca agli operatori europei. Risponde alla domanda su chi possa accedere a una risorsa scarsa, non a quella su chi abbia i capitali e le dimensioni per costruire e gestire davvero una rete ibrida terrestre satellitare. Sul fronte commerciale, non a caso, si muove già qualcosa di diverso dalla sola regolazione. Vodafone ha scelto di costruire con AST SpaceMobile, la stessa società con cui negli Stati Uniti collaborano AT&amp;T e Verizon, una joint venture chiamata SatCo per un servizio satellitare pensato come alternativa europea alla connettività diretta di Starlink. È la prova che la risposta più solida non arriva dal solo perimetro difeso da Bruxelles, bensì dalla capacità delle imprese europee di raggiungere una scala che oggi, nella maggior parte dei mercati nazionali, semplicemente non hanno. Sullo spettro satellitare l’Europa ha imparato a difendersi. Sul resto, quello degli investimenti e delle fusioni, la partita resta apertissima.</p>
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		<title>Iran, si alza la retorica di guerra, Trump &#8216;si annette&#8217; Hormuz, Teheran mette Europa nel mirino</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/esteri/iran-si-alza-la-retorica-di-guerra-trump-si-annette-hormuz-teheran-mette-europa-nel-mirino/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 12:54:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Usa e Iran alzano la retorica di guerra e, secondo il Financial Times, Teheran si prepara a colpire obiettivi nell'Europa sud-orientale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/iran-si-alza-la-retorica-di-guerra-trump-si-annette-hormuz-teheran-mette-europa-nel-mirino/">Iran, si alza la retorica di guerra, Trump ‘si annette’ Hormuz, Teheran mette Europa nel mirino</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Usa e Iran alzano la retorica di guerra e, secondo il Financial Times, Teheran si prepara a colpire obiettivi nell&#8217;Europa sud-orientale, se il presidente statunitense Donald Trump dovesse attuare alcune delle sue recenti minacce. Fra i possibili bersagli europei iraniani citati, presenze militari degli Usa e/o dei loro alleati a Cipro e in Bulgaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sempre secondo il FT, fra gli obiettivi d&#8217;una eventuale ritorsione iraniana a un nuovo attacco americano, potrebbero esserci i cavi sottomarini, tagliando i quali verrebbero perturbate le comunicazioni in tutta l&#8217;area con ripercussioni in tutto il mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ieri, Trump aveva postato un&#8217;immagine dello Stretto di Hormuz con la scritta provocatoria &#8216;Nuovo Territorio degli Stati Uniti&#8217;: una dizione urticante sia per l&#8217;Iran che per l&#8217;Oman, essendo i&nbsp; due Stati litoranei del tratto di mare. Nei giorni scorsi, Trump aveva espresso l&#8217;intenzione di annettersi lo Stretto, minacciando l&#8217;Oman di bombardarlo, se si fosse intromesso nei negoziati tra Iran e Usa – tra Iran e Oman, ci sarebbe un&#8217;intesa per controllare la navigazione nello Stretto -.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ieri, pero, il magnate presidente ha negato l&#8217;esistenza di trattative tra Iran e Usa (fino al giorno prima, sosteneva che i negoziati procedevano e Teheran lo smentiva). Al post di Trump, l&#8217;Iran ha prontamente risposto: “Non s&#8217;illuda”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Cnn apre il suo sito con una notizia contro-corrente rispetto a quanto s&#8217;era finora detto e scritto, citando i dati di una società che monitora le rotte delle navi, L&#8217;Iran avrebbe perso “il modo significativo” il controllo dello Stretto di Hormuz e l&#8217;80% delle navi che vi transitano scelgono ormai rotte alternative a quelle volute dall&#8217;Iran – certo, bisogna poi vedere quali sono i volumi di traffico attuali rispetto a quelli pre-conflitto -.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sempre secondo la Cnn, l&#8217;atteggiamento di Trump verso Teheran è di nuovo cambiato ed è ora più incline a schiacciare economicamente il regime che a negoziare, mentre a Teheran la componente più radicale sta prendendo il sopravvento. Indicazione, quest&#8217;ultima, confermata dal Financial Times. Se è vero, c&#8217;è più da temere una recrudescenza del conflitto che da sperare in una pace.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le cronache di ieri hanno pure riferito di un allarme aereo a Dubai: due missili sarebbero stati intercettati, ma l&#8217;Iran ha smentito di essere l&#8217;autore dell&#8217;attacco. L&#8217;azione, se fosse confermata, potrebbe essere opera di milizie che operano nell&#8217;area.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il fronte iraniano si surriscalda a parole, quello ucraino resta incandescente con attacchi incrociati notturni su obiettivi ucraini e russi. Quasi 800 i droni lanciati da Kiev l&#8217;altra notte: se ne ignora l&#8217;effetto. Attacchi russi hanno invece fatto dieci morti nell&#8217;area di Kharkiv.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per la Cnn, l&#8217;Ucraina è ormai a corto di difese anti-aeree e anti-missili e, in particolare, di missili Patriot, mentre il Washington Post scrive che la popolazione russa sta prelevando i soldi in banca, essendosi diffuse voci di prelievi forzosi per sostenere le spese di guerra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante i tamburi di guerra, l&#8217;attenzione dei principali media degli Stati Uniti questa mattina è quasi tutta concentrata sull&#8217;esito delle ennesime primarie svoltesi ieri in Florida, California, Wyiming e Alaska, in vista del voto di midterm del 3&nbsp; novembre. In palio, candidature democratiche e repubblicane a Camera Senato e alla&nbsp; Camera e, in qualche caso, a governatore. I risultati, specie quelli della Florida e della California, mostrano qualche sorpresa in entrambi i campi e appaiono difficili da decifrare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fra i democratici, i progressisti ottengono successi in Florida e sconfitte in California, Fra i repubblicani, l&#8217;aspirante governatore del Wyoming sostenuto da Trump viene battuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è anche molto spazio&nbsp; per l&#8217;inattesa decisione del magnate presidente di sospendere, a poche ore dall&#8217;entrata in vigore, e per soli tre giorni, i dazi del 50% su una parte dell&#8217;import dal Canada, perché un&#8217;intesa fra Washington e Ottawa sarebbe vicina – Ottawa, per, è molto più prudente -.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/esteri/iran-si-alza-la-retorica-di-guerra-trump-si-annette-hormuz-teheran-mette-europa-nel-mirino/">Iran, si alza la retorica di guerra, Trump &#8216;si annette&#8217; Hormuz, Teheran mette Europa nel mirino</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Le prime settimane di Andy Burnham</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 07:51:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[andy burnham]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I sondaggi iniziali segnalano un recupero dei laburisti e il superamento del partito di Farage. Questo segnala più di un rimbalzo tecnico.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Poche settimane dopo il suo arrivo a Downing Street, Andy Burnham sta imprimendo una nuova direzione alla politica britannica. I sondaggi iniziali segnalano un recupero dei laburisti e il superamento del partito di Farage. Questo segnala più di un rimbalzo tecnico. È il segnale di una proposta politica percepita come più vicina ai bisogni quotidiani e più pragmatica nelle soluzioni. Le priorità sono chiare: costo della vita, servizi pubblici, sostegno alle comunità locali e alle famiglie. Sull’immigrazione, il governo cerca un equilibrio tra fermezza e umanità, contrastando il traffico illegale e rendendo più efficiente il sistema d’asilo. Ma la vera svolta strategica sta nel rapporto con l’Europa: pur rispettando la Brexit, Burnham punta a una cooperazione più pragmatica e strutturata. Sul fronte della sicurezza e della difesa, le sfide globali rendono sempre più evidente l’interesse comune tra Londra e Bruxelles. L’iniziativa dei cosiddetti Volenterosi, sostenuta nei mesi scorsi da Macron, va letta in questa prospettiva di cooperazione più stretta e responsabile. È presto per trarre conclusioni definitive, ma se confermata, questa impostazione potrebbe rafforzare sia il Regno Unito sia l’Europa, in un contesto internazionale sempre più complesso. Con pragmatismo e visione, Londra potrebbe tornare a essere non solo un partner essenziale, ma anche un protagonista nella costruzione di un nuovo equilibrio europeo.</p>
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		<title>Non solo IA: la Top5 delle IPO è la foto dell&#8217;economia post-Covid</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 07:43:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Borsa]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
		<category><![CDATA[ipo]]></category>
		<category><![CDATA[successo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le 5 aziende che hanno raccolto più capitale in Borsa (IPO) di sempre: ecco le imprese che stanno facendo la storia economica del XXI Secolo. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/non-solo-ia-la-top5-delle-ipo-e-la-foto-delleconomia-post-covid/">Non solo IA: la Top5 delle IPO è la foto dell’economia post-Covid</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Indossiamo le lenti della Borsa e scopriamo dove sta andando l&#8217;economia. Se guardiamo alle 5 aziende che hanno raccolto più capitale in Borsa (IPO) di sempre, scopriamo le imprese che stanno facendo la storia economica del XXI Secolo. La classifica delle più grandi IPOè cambiata radicalmente nel giro di pochi anni e racconta meglio di molti indicatori la trasformazione dei settori strategici, degli equilibri geopolitici e delle aspettative degli investitori. Oggi, nel 2026, in cima non ci sono più soltanto petrolio, banche o grandi aziende di telecomunicazioni. La nuova frontiera è rappresentata da spazio, semiconduttori e intelligenza artificiale. <br>Il ranking sta vivendo una rivoluzione in corso. Al primo posto oggi c’è SpaceX, che con la quotazione sul Nasdaq ha raccolto inizialmente 75 miliardi di dollari, stabilendo un record destinato a ridefinire la scala delle grandi operazioni di Borsa. Dopo l’esercizio dell’opzione di overallotment, la raccolta complessiva è arrivata a 85,7 miliardi di dollari. La società di Elon Musk è stata valutata al debutto circa 1.770 miliardi di dollari e, nella prima seduta, la capitalizzazione ha superato agilmente i 2.000 miliardi.<br>Il significato dell’operazione va oltre il semplice primato finanziario. SpaceX nasce come azienda aerospaziale, ma nel corso degli anni è diventata una piattaforma tecnologica che unisce lanciatori, satelliti, connettività e intelligenza artificiale. Il suo debutto sul mercato rappresenta quindi un passaggio simbolico: lo spazio, un tempo dominio quasi esclusivo degli Stati, è diventato un settore industriale capace di attirare capitali privati di dimensioni paragonabili a quelle delle più grandi multinazionali energetiche. La Borsa, in questo caso, non finanzia soltanto una società: alimenta e sostiene una visione industriale di lungo periodo.<br>Alle sue spalle si è inserita un&#8217;altra protagonista della nuova economia tecnologica: SK Hynix. Il colosso sudcoreano dei semiconduttori ha raccolto 26,5 miliardi di dollari attraverso la quotazione dei propri American Depositary Receipts sul Nasdaq nel luglio 2026, realizzando il più grande debutto negli Stati Uniti da parte di una società straniera.<br>La storia di SK Hynix è quella della trasformazione del microchip da componente industriale a infrastruttura strategica dell&#8217;economia mondiale. Il gruppo è uno dei principali produttori globali di memoria e ha assunto un ruolo centrale nella corsa all&#8217;intelligenza artificiale grazie alle memorie HBM, indispensabili per i sistemi di calcolo avanzato. La crescita della domanda di infrastrutture AI ha fatto esplodere il valore strategico dei semiconduttori e spinto gli investitori a considerare i produttori di chip non più semplicemente come aziende tecnologiche, ma come attori geopolitici.<br>È una distanza enorme rispetto alla terza posizione, occupata da Saudi Aramco. Nel 2019 la compagnia petrolifera saudita raccolse 25,6 miliardi di dollari nella sua IPO sul Tadawul di Riyadh. Con l&#8217;esercizio completo dell&#8217;opzione greenshoe, la raccolta arrivò a 29,4 miliardi. Per anni è stato il più grande collocamento azionario della storia. Oggi sembra archeologia. L&#8217;operazione Aramco rimane storicamente fondamentale perché racconta un&#8217;altra fase dell&#8217;economia globale. Qui la tecnologia non era ancora il principale motore della grande finanza: al centro c&#8217;era l&#8217;energia e, con essa, il potere economico di uno Stato sovrano. La quotazione di Aramco era infatti uno dei pilastri della strategia saudita di trasformazione economica legata a Vision 2030. Vendere una quota della compagnia petrolifera nazionale significava monetizzare parte del patrimonio energetico del Regno e, allo stesso tempo, attirare capitali e investitori internazionali.<br>La quarta grande IPO della storia è quella di Alibaba. Nel settembre 2014 il colosso cinese dell&#8217;e-commerce raccolse 21,8 miliardi di dollari sul New York Stock Exchange. Una cifra che, considerando l&#8217;opzione di overallotment, arrivò a circa 25 miliardi. All&#8217;epoca fu un evento destinato a cambiare la percezione della Cina, non solo sui mercati finanziari occidentali. Una società nata nell&#8217;ecosistema digitale cinese riusciva a presentarsi agli investitori globali come uno dei nuovi giganti dell&#8217;economia mondiale.<br>Alibaba segnò il momento in cui il baricentro dell&#8217;economia digitale iniziò a spostarsi definitivamente verso l&#8217;Asia. L&#8217;e-commerce, il cloud computing, i pagamenti digitali e le piattaforme online diventavano settori capaci di generare dimensioni industriali prima impensabili. La scelta di New York aveva anche un forte valore simbolico. Il capitale internazionale non guardava più alla Cina soltanto come fabbrica del mondo, ma come mercato di consumo e laboratorio tecnologico.<br>La quinta posizione appartiene a SoftBank Corp., che nel dicembre 2018 raccolse 21,3 miliardi di dollari con la quotazione alla Borsa di Tokyo. L&#8217;operazione, una delle più grandi mai realizzate, riportò il settore delle telecomunicazioni ai vertici delle classifiche delle IPO.<br>SoftBank rappresenta però una fase di transizione. Le telecomunicazioni nel 2018 erano ormai diventate un&#8217;infrastruttura essenziale dell&#8217;economia digitale, ma il vero valore atteso dagli investitori si stava spostando dalle reti agli ecosistemi costruiti sopra quelle reti: smartphone, piattaforme, cloud, dati e software. La quotazione della società nipponica arrivò infatti in un momento nel quale la distinzione tra telecomunicazioni e tecnologia stava progressivamente perdendo significato.<br>Se si osservano insieme queste cinque operazioni, emerge quindi una traiettoria precisa. Le grandi IPO degli anni Duemila erano dominate dalle infrastrutture finanziarie e dalle telecomunicazioni. Nel 2006, per esempio, l&#8217;Industrial and Commercial Bank of China aveva stabilito il record mondiale con una raccolta di 21,9 miliardi di dollari attraverso la doppia quotazione a Hong Kong e Shanghai. Quattro anni dopo, l&#8217;Agricultural Bank of China avrebbe superato quel primato arrivando a 22,1 miliardi grazie all&#8217;esercizio dell&#8217;overallotment.<br>Era la fotografia di una Cina in piena trasformazione: la Borsa diventava uno strumento per riformare e capitalizzare i grandi gruppi statali, mentre Hong Kong e Shanghai assumevano un ruolo sempre più importante nei flussi internazionali di capitale. Poi è arrivata l&#8217;economia delle piattaforme, rappresentata da Alibaba. Successivamente l&#8217;energia è tornata al centro con Aramco, ma in una veste diversa: non più soltanto come grande industria, bensì come asset strategico di uno Stato che cercava di finanziare la propria diversificazione.<br>Nel 2026, infine, la classifica racconta già un&#8217;altra epoca. SpaceX e SK Hynix mostrano che il capitale globale è disposto a scommettere cifre senza precedenti su tecnologie considerate strategiche. Accesso allo spazio, satelliti, infrastrutture digitali, semiconduttori e AI i nuovi protagonisti. Non è un caso che proprio nel 2026 anche altre società dell&#8217;intelligenza artificiale stiano preparando possibili quotazioni di dimensioni straordinarie. OpenAI e Anthropic sono tra i nomi indicati come migliori surfisti della prossima ondata di mega-IPO.<br>La classifica delle cinque più grandi IPO aggiornata all&#8217;estate 2026 restituisce una sorta di mappa del potere economico. Prima il petrolio, poi le banche e le telecomunicazioni, quindi l&#8217;e-commerce e oggi i semiconduttori, lo spazio e l&#8217;intelligenza artificiale. Cambiano le aziende, cambiano i settori, cambiano i Paesi che dominano la scena. Ma rimane una costante: quando un settore diventa abbastanza strategico da attirare capitali su scala globale, prima o poi il momento della Borsa arriva. Eclatante. E la prossima frontiera potrebbe essere già visibile. Se SpaceX ha dimostrato che una società spaziale può diventare la più grande IPO della storia e SK Hynix che la domanda di chip per l&#8217;AI può sostenere operazioni da oltre 25 miliardi di dollari, la vera domanda non è più quale sarà il prossimo record. È capire quale sarà il settore capace di rappresentare la prossima trasformazione dell&#8217;economia mondiale.</p>
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		<title>Iran: chiusa la finestra negoziale, Trump è nel pantano e minaccia l&#8217;Oman</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/usa/iran-chiusa-la-finestra-negoziale-trump-e-nel-pantano-e-minaccia-loman/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 10:38:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronache USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In che modo la stampa americana sta osservando i contatti negoziali tra USA e Iran.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;avvenuta scadenza dei 60 giorni di negoziati previsti dal &#8216;memorandum of understanding&#8217; firmato a metà giugno da Usa e Iran offre lo spunto per valutare l&#8217;andamento del conflitto e le scelte fatte dal presidente Usa Donald Trump, che, intanto, ancora una volta, trasforma un alleato in nemico e minaccia di bombardare l&#8217;Oman, “se si mette in mezzo”. Mentre quello che appariva il suo amico e alleato per eccellenza, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, gli risponde picche su Gaza: niente ritiro di Israele dalla Striscia, se prima Hamas non disarma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Washington Post scrive che “60 giorni dopo la firma dell&#8217;accordo con l&#8217;Iran, la guerra si trascina e il presidente è impantanato&#8230;”. L&#8217;intesa di giugno prevedeva due mesi di trattative “per trasformare la tregua in un accordo di pace generale, ma la finestra negoziale s&#8217;è chiusa senza che ci sia accordo in vista”. In realtà, il calcolo dei 60 giorni era già saltato quando, a inizio luglio, e inopinatamente, il magnate presidente aveva deciso di tornare a bombardare l&#8217;Iran, salvo poi decidere, due settimane più tardi, e altrettanto inopinatamente, di sospendere di nuovo le ostilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il New York Times apre così: “Di fronte al rischio di impantanarsi in Iran”, Trump preferisce guardare altrove e “si volta verso un volto familiare”, quello del crudele e imprevedibile dittatore nord-coreano Kim Jong-un. “Sette anni or sono, il presidente, non riuscendo a disarmare la Corea del Nord, lasciò perdere. La stessa cosa – si chiede il giornale &#8211; potrebbe succedere con l&#8217;Iran?”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il riferimento alla Corea del Nord richiama la decisione, annunciata da Trump, di ridimensionare le annuali esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, adducendo a motivo le sue eccellenti relazioni con Kim, che sta fornendo uomini e mezzi all&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina e compiendo test di missili balistici proibiti dalle Nazioni Unite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Seul maschera irritazione e preoccupazione esprimendo la speranza di una nuova fase diplomatica tra Washington e Pyongyang e di un miglioramento del clima diplomatico fra i due Paesi. Ma c&#8217;è chi collega, invece, la decisione di Trump alla volontà di &#8216;punire&#8217; la Corea del Sud per la sua scarsa malleabilità sul fronte commerciale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un altro titolo, il NYT scrive: “La tregua con l&#8217;Iran scade, le opzioni si riducono e Trump minaccia e se la prende stavolta con l&#8217;Oman”, un alleato degli Usa che media con l&#8217;Iran, ma che avrebbe raggiunto un accordo per conto suo con Teheran sulla gestione dello Stretto di Hormuz, “mentre gli sforzi di chiudere la guerra che Trump stesso ha aperto sono falliti”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Wall Street Journal apre con le minacce all&#8217;Oman, che – ricorda il giornale – non sono un inedito: “Alcuni funzionari Usa vedono l&#8217;Oman come un interlocutore favorito dell&#8217;Iran, mentre altri dicono che Trump ne fa un capro espiatorio per non essere riuscito a fare un&#8217;intesa nucleare con Teheran”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Su questa considerazione possiamo innescare una nota della Ap, secondo cui, contrariamente a tutti i suoi predecessori, Trump non è mai disposto ad assumersi la responsabilità dei fallimenti, ma la scarica sempre su qualcun altro, un suo collaboratore o un Paese terzo. Allo stesso modo, l&#8217;Ap osserva che nessun altro presidente Usa s&#8217;è mai circondato di così tanti miliardari: “La ricchezza è la dote che Trump più apprezza, seconda solo alla lealtà nei suoi confronti”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro titolo del WSJ sposta l&#8217;attenzione dallo Stretto di Hormuz e il Golfo Persico al Mar Rosso, ricordando che la milizia sciita filo-iraniana degli Huthi minaccia l&#8217;acceso a quel mare: gli Huthi hanno aumentato l&#8217;intensità degli attacchi nei pressi dello stretto di Bab al-Mandeb e hanno già paralizzato almeno un porto strategico nell&#8217;area.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le cose non vanno molto meglio per la diplomazia statunitense con Israele: il lungo incontro di ieri tra il &#8216;primo genero&#8217; degli Stati Uniti Jared Kushner e Netanyahu, il tentativo di rompere lo stallo sulla Striscia di Gaza (e di passare alla seconda fase del piano di pace delineato a inizio ottobre) non è riuscito: Israele si rifiuta di ritirarsi finché Hamas non disarma, nonostante pressioni e lusinghe dell&#8217;Amministrazione Trump che vorrebbe fare qualche progresso, anche in chiave elettorale, prima del voto di midterm del 3 novembre. Anche Netanyahu ha esigenze elettorali, conflittuali con quelle di Trump, verso le politiche del 27 ottobre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La relativa irrilevanza, in questa fase, della diplomazia statunitense e di quel che dice Trump trova, a mio avviso, riscontro nel relativo disinteresse con cui, nei giorni scorsi, sono state accolte affermazioni molto forti del magnate presidente, che, parlando a New York, aveva detto detto che “l’Iran è stato pesantemente sconfitto” – e questo lo dice sempre – e che molto presto lui dichiarerà lo Stretto di Hormuz “territorio degli Stati Uniti” – e questo non l’aveva mai detto -. Una frase cui l’Iran aveva subito replicato che “lo Stretto di Hormuz non si conquista con un post” sui social.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parlando a una platea di poliziotti, Trumpo aveva detto di avere il completo controllo di Hormuz, dove transita – o meglio transitava – il 20% del petrolio mondiale. &#8220;Abbiamo imposto il blocco&#8230; Nessuna nave passa se non lo vogliamo noi”: la US Navy sta attuando un blocco dei porti iraniani nel tentativo di paralizzare l&#8217;economia del Paese; ma l&#8217;efficacia del blocco non comporta sicurezza di navigazione nello Stretto, dove transitano poche navi al giorno, mentre prima del 28 febbraio erano centinaia.</p>
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		<title>Miliardari italiani raddoppiati in 10 anni. Come cambia il loro profilo</title>
		<link>https://www.thewatcherpost.it/news/miliardari-italiani-raddoppiati-in-10-anni-come-cambia-il-loro-profilo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 07:59:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[miliardari]]></category>
		<category><![CDATA[miliardi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Erano 43 nel 2016. Sono diventati 90 nel 2026. In soli dieci anni il numero dei miliardari italiani è aumentato del 109%.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/miliardari-italiani-raddoppiati-in-10-anni-come-cambia-il-loro-profilo/">Miliardari italiani raddoppiati in 10 anni. Come cambia il loro profilo</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Erano 43 nel 2016. Sono diventati 90 nel 2026. In soli dieci anni il numero dei miliardari italiani è aumentato del 109%, con 47 persone in più nel club degli ultraricchi. Un dato che racconta molto più di una semplice classifica Forbes: non è soltanto cresciuto il numero dei grandi patrimoni, è cambiata anche la loro origine.<br>La fotografia del 2016 era ancora dominata dai grandi nomi dell&#8217;industria, dell&#8217;alimentare, della moda, della farmaceutica e della grande distribuzione. Ferrero, Del Vecchio, Pessina, Armani, Berlusconi, Perfetti e le grandi famiglie industriali rappresentavano i pilastri della ricchezza italiana. Dieci anni dopo, accanto alle dinastie tradizionali, compaiono imprenditori che hanno costruito fortune attraverso software e applicazioni, infrastrutture, energia, istruzione online, elettrochimica, mercato dell&#8217;arte e nuovi modelli di investimento.<br>È questo il doppio volto della trasformazione: più miliardari e miliardari diversi.<br>Il dato va naturalmente letto con cautela. Le stime sono legate all&#8217;andamento dei mercati e al valore delle partecipazioni. Inoltre, una parte dell&#8217;incremento è dovuta alla frammentazione di grandi patrimoni tra gli eredi. La successione di Giorgio Armani e quella di Giuseppe Crippa sono esempi recenti di come una grande fortuna possa trasformarsi, nel passaggio generazionale, in più patrimoni miliardari.<br>Ma il dato di fondo resta: in appena 10 anni il numero dei miliardari italiani è più che raddoppiato. E dentro questo numero ci sono storie imprenditoriali molto diverse, che aiutano a capire da dove arrivi questa nuova ricchezza.<br>Filippo Ghirelli, ad esempio, rappresenta una generazione di imprenditori che ha trasformato competenze tecniche e infrastrutture in una piattaforma finanziaria globale. Romano, ingegnere civile, ha lavorato in grandi gruppi internazionali come Astaldi e Bechtel. Nel 2009 ha fondato Genera, società attiva nell&#8217;efficienza energetica, successivamente ceduta. Nel 2024 ha lanciato Infracorp, piattaforma focalizzata su infrastrutture, energia, trasporti, intelligenza artificiale decentralizzata e spazio. Forbes lo ha inserito nella classifica 2026 con un patrimonio stimato in 1,5 miliardi di dollari. La sua storia racconta un capitalismo italiano che guarda sempre più alle infrastrutture necessarie per alimentare la prossima fase dell&#8217;economia digitale ed energetica.<br>La storia di Alessandro Rosano è invece quella di un imprenditore capace di trasformare un prodotto semplice in un marchio globale. Originario di Pistoia, nel 2008 ha creato HeyDude, brand di calzature leggere e informali che ha trovato soprattutto negli Stati Uniti il proprio mercato. Nel 2022 Rosano e il socio Daniele Guidi hanno ceduto HeyDude a Crocs per 2,5 miliardi di dollari. Prima aveva lavorato anche su altri marchi, tra cui WeWood. Nel 2026 Forbes stima il suo patrimonio in 1,5 miliardi di dollari. Un percorso che parte dal prodotto e arriva alla finanza internazionale, passando per la capacità di creare e valorizzare brand globali.<br>Il nome Susan Carol Holland è legato a una delle più importanti multinazionali italiane della salute. Italo-britannica, con una formazione in sociologia, psicologia e logopedia, Holland è entrata nel mondo Amplifon negli anni Ottanta. Nel 1988 è entrata nel consiglio di amministrazione e dal 2011 ne è presidente. Il suo patrimonio è stimato da Forbes in 1,4 miliardi di dollari. La sua storia rappresenta un modello di ricchezza costruito attraverso la continuità con un&#8217;impresa familiare diventata, nel tempo, una multinazionale.<br>Con Luca Ferrari entra in scena uno dei simboli più evidenti della trasformazione del capitalismo italiano: Bending Spoons. Ferrari è cofondatore e amministratore delegato della società tecnologica milanese che ha costruito il proprio modello attraverso l&#8217;acquisizione e lo sviluppo di applicazioni e piattaforme digitali. La partenza non fu quella di un successo immediato. Nel 2010 Ferrari e alcuni soci fondarono Evertale, progetto che non riuscì a decollare. Da quell&#8217;insuccesso nacque l&#8217;idea di Bending Spoons. Negli anni successivi la società è cresciuta rapidamente, arrivando a operazioni internazionali di grande dimensione e a valutazioni da colosso tecnologico. Nel 2026 Forbes attribuisce a Ferrari una fortuna di circa 1,4 miliardi di dollari. È uno dei casi più significativi per capire quanto sia cambiato il profilo dell&#8217;imprenditore miliardario italiano: non più necessariamente fabbriche e reti commerciali, ma codice, dati, software e capacità di scalare un prodotto digitale a livello globale.<br>La stessa Bending Spoons ha prodotto un altro patrimonio miliardario. Luca Querella, informatico con studi a Torino e in Danimarca, aveva lavorato nel mondo delle startup mobile prima di contribuire alla nascita della società. La sua storia restituisce bene il peso crescente delle competenze tecnologiche nella creazione di grandi patrimoni. La ricchezza, in questo caso, nasce dalla capacità di progettare tecnologia e trasformarla in un&#8217;impresa globale. Forbes stima il suo patrimonio in 1,3 miliardi di dollari. La presenza contemporanea di Ferrari e Querella nella classifica è significativa: una singola impresa tecnologica italiana è riuscita a generare in pochi anni più patrimoni miliardari.<br>Danilo Iervolino ha costruito la propria fortuna in un settore che solo qualche anno fa sarebbe stato difficilmente associato alla parola miliardario: l&#8217;istruzione online. Nel 2006, a soli 28 anni, fonda UniPegaso. L&#8217;università digitale cresce fino a diventare una delle principali realtà italiane della formazione a distanza. Nel 2021 arriva l&#8217;operazione che cambia scala alla storia: Iervolino vende Multiversity, il gruppo che comprende UniPegaso, al fondo CVC Capital Partners per circa 1,3 miliardi di dollari. Dopo la vendita, l&#8217;imprenditore si sposta verso nuovi investimenti e diventa anche protagonista nel calcio italiano con l&#8217;acquisizione della Salernitana. Forbes stima nel 2026 il suo patrimonio in 1,2 miliardi di dollari. La sua vicenda racconta la trasformazione della conoscenza in industria: un&#8217;università digitale, nata quando l&#8217;e-learning era ancora considerato un mercato di nicchia, è diventata la base di una fortuna miliardaria.<br>C&#8217;è poi il volto più classico del nuovo gruppo dei miliardari italiani: l&#8217;imprenditore industriale che parte dalla tecnologia e costruisce nel tempo un gruppo internazionale. Fulvio Montipò ha fondato Interpump nel 1977. L&#8217;intuizione iniziale riguarda le pompe ad alta pressione e l&#8217;utilizzo della ceramica per i pistoni, una soluzione che ha contribuito a rendere competitiva l&#8217;azienda. Da quella specializzazione è nato un gruppo oggi attivo in numerosi comparti dell&#8217;industria e dell&#8217;oleodinamica, quotato a Piazza Affari dal 1996. Forbes valuta nel 2026 la ricchezza di Montipò e della sua famiglia in 1,1 miliardi di dollari. È la dimostrazione che il nuovo capitalismo italiano non è soltanto digitale: la manifattura altamente specializzata continua a produrre ricchezza quando riesce a trasformare una tecnologia di nicchia in una posizione di leadership internazionale.<br>Federico De Nora rappresenta un&#8217;altra faccia dell&#8217;industria italiana, quella che opera lontano dai riflettori ma dentro alcune delle grandi trasformazioni tecnologiche dei prossimi anni. È presidente di Industrie De Nora, società specializzata in elettrochimica, elettrodi, trattamento delle acque e tecnologie legate alla transizione energetica. L&#8217;impresa affonda le proprie radici nel 1923, quando Oronzio De Nora la fondò. Un secolo dopo, il gruppo opera nei mercati globali e nella filiera dell&#8217;idrogeno verde. Forbes stima il patrimonio di Federico De Nora in 1 miliardo di dollari. È una storia che mette insieme la continuità di una grande impresa familiare italiana e le tecnologie considerate strategiche per l&#8217;economia del futuro.<br>La nuova geografia dei miliardari italiani comprende anche una delle più importanti dinastie internazionali del mercato dell&#8217;arte. Joseph Nahmad è uno dei figli di Ezra Nahmad, grande mercante d&#8217;arte scomparso nel 2023. La famiglia ha costruito negli anni una delle più importanti collezioni private di arte moderna e impressionista. Monet, Matisse, Renoir, Rothko e soprattutto Picasso fanno parte del patrimonio artistico della famiglia, che secondo le stime Forbes possiede circa 300 opere di Picasso. Joseph Nahmad, cittadino italiano residente a Monaco, ha una fortuna stimata in 1,3 miliardi di dollari. Il suo è un modello di ricchezza molto diverso da quello di Ferrari o Ghirelli, ma altrettanto rappresentativo di un&#8217;economia sempre più internazionale: in questo caso il patrimonio si concentra sul mercato globale dell&#8217;arte e sul valore di opere diventate, a tutti gli effetti, asset finanziari.<br>L&#8217;ultimo nome porta direttamente dentro una delle vicende più importanti della ricchezza italiana recente: la successione di Giorgio Armani. Andrea Camerana è uno dei nipoti dello stilista e, dopo la morte di Armani nel settembre 2025, è entrato insieme agli altri eredi nella nuova geografia dei patrimoni miliardari italiani. Forbes gli attribuisce una ricchezza di circa 1 miliardo di dollari. Il patrimonio deriva dagli asset lasciati da Armani, tra cui le partecipazioni nella casa di moda, immobili e altri investimenti. La sua presenza nella classifica ha anche un valore simbolico: il passaggio dalla prima generazione di grandi imprenditori del Made in Italy a una nuova generazione che eredita patrimoni costruiti nel corso di decenni.<br>Il salto da 43 a 90 miliardari in dieci anni è dunque più di una semplice statistica. Da una parte c&#8217;è la moltiplicazione dei grandi patrimoni, alimentata dall&#8217;aumento del valore delle imprese, dalla crescita dei mercati finanziari, dalla nascita di nuove aziende tecnologiche e dalla successione delle grandi fortune familiari. Dall&#8217;altra c&#8217;è la trasformazione dei settori nei quali quella ricchezza viene creata.<br>Le storie di Ghirelli, Rosano, Holland, Ferrari, Querella, Iervolino, Montipò, De Nora, Nahmad e Camerana compongono un mosaico molto diverso da quello che avrebbe offerto la classifica dei miliardari italiani dieci anni fa. Ci sono infrastrutture e space economy, software e intelligenza artificiale, formazione digitale, meccanica industriale, elettrochimica, arte e lusso.<br>E soprattutto emerge un dato: l&#8217;Italia continua a produrre grandi patrimoni, ma li produce attraverso percorsi sempre più diversi.<br>Il raddoppio dei miliardari non racconta soltanto quanto siano diventati più numerosi i super-ricchi italiani. Racconta anche come è cambiato il capitalismo italiano: dalle grandi famiglie dell&#8217;industria e del Made in Italy a una classe di imprenditori più internazionale, tecnologica e diversificata.<br>Dieci anni, 47 miliardari in più. E dietro quel numero c&#8217;è un pezzo importante della storia economica dell&#8217;Italia che verrà.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.thewatcherpost.it/news/miliardari-italiani-raddoppiati-in-10-anni-come-cambia-il-loro-profilo/">Miliardari italiani raddoppiati in 10 anni. Come cambia il loro profilo</a> proviene da <a href="https://www.thewatcherpost.it">The Watcher Post</a>.</p>
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		<title>Ucraina, Zelensky mostra le carte; MO, Netanyahu punta i piedi; Iran, stallo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giampiero Gramaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2026 13:50:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il punto sui conflitti più insidiosi. Come sta evolvendo la situazione tra Ucraina, Medio Oriente e Iran.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Quando una guerra tace, un&#8217;altra fa la voce grossa: nel silenzio bellico (e negoziale) tra Usa e Iran, rotto nel Medio Oriente da stragi dell&#8217;esercito israeliano nel Libano meridionale e da bravate letali dei coloni israeliani in CisGiordania, fa rumore la &#8216;guerra dei droni&#8217; incrociata sul Kiev e Mosca, con vittime civili dall&#8217;una e dall&#8217;altra parte, mentre dal fronte vengono indicazioni contraddittorie..</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, il presidente Usa Donald Trump ordina alle forze armate degli Stati Uniti di ridurre la portata delle manovre congiunte con la Corea del Sud, perché – spiega &#8211; lui ha “ottimi rapporti” con il presidente nord-coreano Kim Jong-un, che nel primo mandato lo menò per il naso più volte (tre vertici e nessun risultato); e si preoccupa di convincere la Corte Suprema che la sala da ballo alla Casa Bianca è un&#8217;assoluta priorità di sicurezza nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;ordine di ridurre la portata delle manovre giunge prima dell&#8217;inizio di due importanti esercitazioni congiunte annuali e pochi giorni dopo che la Corea del Nord, che invia truppe sul fronte ucraino e fornisce armi a sostegno dell&#8217;invasione russa, ha ripreso test di missili balistici proibiti dall&#8217;Onu. Pyongyang giudica le manovre congiunte &#8211; quasi un rito annuale &#8211; “prove di guerra” e minaccia ritorsioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è neppure escluso che la decisione di Trump abbia qualcosa a che vede con la prevista visita negli Usa in autunno del presidente cinese Xi Jinping.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ucraina, il potere dei droni</strong><br>Sul fronte ucraino, l&#8217;Ap nota che, da quando – era il 28 febbraio 2025 &#8211; il presidente Trump cacciò dallo Studio Ovale il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, dicendogli che “non aveva le carte” per resistere all&#8217;invasione della Russia e rifiutarsi di cedere territori, l&#8217;Ucraina ha mostrato di potere portare la guerra a casa del nemico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un anno fa, Trump stendeva il tappeto rosso al presidente russo Vladimir Putin, ad Anchorage. l&#8217;incontro pareva il preludio a una fine del conflitto sfavorevole a Kiev. Ma, da allora, l&#8217;Ucraina ha, con successive operazioni, distrutto o danneggiato al suolo bombardieri russi del valore di centinaia di milioni di dollari l&#8217;uno; colpito più volte infrastrutture energetiche e per la produzione di armi e depositi dell&#8217;Amazon russo; messo a repentaglio le flotte ombra di petroliere russe; alimentato l&#8217;insicurezza fra la popolazione russa, anche nelle grandi città, nella stessa capitale Mosca, attaccata con uno sciame di centinaia di droni nel fine settimana. All&#8217;offensiva ucraina, la Russia ha risposto alzando il livello e l&#8217;intensità degli attacchi sulle città ucraine e colpendo le navi cerealicole ucraine. Ogni volta, si contano vittime civili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Numerosissimi, i droni sfuggono sempre più spesso al controllo e violano i confini della Nato: così, nei giorni scorsi, un caccia spagnolo ne ha abbattuto uno sulla Romania – si pensa russo –, dopo che un caccia italiano ne aveva abbattuto uno sulla Lettonia, quasi sicuramente ucraino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mancando all&#8217;Ucraina i sistemi di difesa aerea, quei Patriot che Trump non intende per ora fornire loro, i missili russi – scrive la Repubblica, elencando i danni provocati nel fine settimana &#8211; “hanno gioco facile; ma gli ucraini non stanno a guardare … Ieri, in un solo attacco, hanno spedito 822 droni in Russia e nei territori occupati colpendo muna base missilistica in Crimea, un impianto che produce combustibile solido per i razzi nella regione di Rostov; un centro commerciale a Donetsk e un ponte ferroviario nella regione di Zaporizhzhya occupata; un nuovo centro logistico nei dintorni di Mosca dove hanno anche centrato un magazzino a Domodedovo, vicino a uno degli aeroporti della capitale”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La guerra che pareva &#8216;del Novecento&#8217; è diventata da XXI Secolo. Ma resta quella delle trincee, dove i soldati sono pure esposti alle insidie dei droni. Entrambe le parti vantano progressi locali, conquiste o riconquiste di villaggi, senza però spostare sostanzialmente la linea del fronte. E&#8217; invece cambiata la percezione del conflitto per i cittadini russi: quelli ucraini sono ormai abituati a subirne le conseguenze; i russi hanno da poco scoperto di essere vulnerabili e sperimentano l&#8217;allarme carburante, con raffinerie sotto attacco e stazioni di servizio a corto di benzina.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Israele non molla la presa in Libano, a Gaza, in CisGiordania</strong><br>Sul fronte mediorientale, dove l&#8217;avvio della seconda fase del piano di pace del Board of Peace resta in stallo, si è appreso che il &#8216;primo genero&#8217; degli Stati Uniti, Jared Kushner, ha avuto un incontro piuttosto insolito con i vertici di Hamas, un&#8217;organizzazione terroristica per gli Stati Uniti. Oggi, Kushner vede il premier israeliano Benjamin Netanyahu, sempre nell&#8217;intento di sbloccare il piano del Board of Peace con il completo disarmo di Hamas e ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza, di cui occupa ancora oltre il 50%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la prospettiva delle elezioni politiche in Israele il 27 ottobre complica la ricerca di intese. Tanto più che Israele mantiene un atteggiamento aggressivo nel Libano meridionale, dove venerdì scorso c&#8217;è stata una strage di civili: una dozzina di vittime, donne e bambini (Israele dice che era una base di Hezbollah, la milizia sciita filo-iraniana); e in CisGiordania, dove i coloni angariano i palestinesi che ci vivono, forti di collusioni e protezioni governative e militari. Non migliorano il clima verso Israele le dichiarazioni di Ben Gvir, un leader della destra religiosa pro &#8211; governo Netanyahu, secondo cui ogni notte a Gaza vengono uccise tra le 30 e le 40 persone.</p>
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		<title>Perché il debito pubblico italiano è sempre più cool per gli investitori internazionali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paolo Bozzacchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2026 07:41:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi il debito pubblico di Roma sta diventando sempre più una presenza stabile nei portafogli degli investitori internazionali.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Per anni è stato uno dei punti deboli dell’equilibrio finanziario italiano. Oggi, invece, il debito pubblico di Roma sta diventando sempre più una presenza stabile nei portafogli degli investitori internazionali. Non è soltanto una questione di rendimenti: dietro la crescita della domanda estera di BTP c’è un cambiamento nella percezione del rischio Italia, sostenuto dalla maggiore stabilità politica, dal miglioramento dei conti pubblici e da un differenziale di rendimento che continua a offrire agli investitori un premio rispetto ai principali titoli sovrani dell’area euro.<br>I numeri della Banca d’Italia fotografano con chiarezza la trasformazione. A fine 2024 i non residenti detenevano 916 miliardi di euro di debito pubblico italiano, di cui 763,4 miliardi rappresentati da titoli. A fine 2025 la quota era salita a 1.063,2 miliardi, con 872,2 miliardi in titoli. In un anno, dunque, le disponibilità riconducibili a investitori non residenti sono aumentate di oltre 147 miliardi di euro, mentre il debito complessivo è passato da 2.967 a 3.096 miliardi.<br>Il movimento non si è arrestato nel 2026. Alla fine di maggio, ultimo mese per cui la Banca d’Italia rende disponibile il dettaglio dei detentori, i non residenti risultavano titolari di circa 1.141 miliardi di euro di debito pubblico, di cui 921,8 miliardi in titoli. Sul totale di 3.181 miliardi, significa una quota di circa il 36%, in aumento rispetto al 34,3% di fine 2025 e al 30,9% di fine 2024.<br>È un dato che va letto con una precisazione importante: la categoria “non residenti” comprende soggetti internazionali diversi tra loro e, secondo la metodologia della Banca d’Italia, può includere anche titoli acquistati dalla BCE o da altre banche centrali dell’Eurosistema. Non equivale quindi automaticamente alla quota detenuta da fondi stranieri o investitori privati esteri. Ma la direzione del fenomeno è inequivocabile: il mercato internazionale sta aumentando la propria esposizione verso il debito italiano.<br>La fotografia della Banca d’Italia trova conferma nelle analisi della stampa finanziaria internazionale. Reuters aveva già individuato il cambio di passo nel marzo 2025, spiegando come la strategia italiana di trasferire una parte crescente del debito nelle mani dei piccoli risparmiatori domestici stesse incontrando limiti fisiologici. Dopo avere raccolto circa 245 miliardi di euro attraverso emissioni dedicate al retail dal 2012, il Tesoro si trovava davanti a una platea domestica meno propensa a continuare ad aumentare l’esposizione ai titoli di Stato. Nel novembre 2024, secondo i dati citati da Reuters, gli investitori esteri avevano raggiunto il massimo storico in termini assoluti, con 771,4 miliardi di euro di titoli italiani, e la loro quota era salita al 31% dal 27,7% di un anno prima.<br>Da allora la tendenza si è rafforzata. Nel giugno 2025 gli acquisti netti esteri di titoli di Stato italiani avevano registrato, secondo i dati della Banca d’Italia riportati da Reuters, il maggiore incremento mensile dal giugno 2019, pari a 34,2 miliardi di euro. E anche quando il ritmo ha rallentato, il segnale è rimasto positivo: nel 2025 i non residenti hanno continuato ad aumentare la propria presenza sul mercato italiano.<br>Nel 2026 il fenomeno ha assunto anche una dimensione qualitativa. A giugno il Tesoro ha collocato 18 miliardi di euro attraverso una vendita sindacata: gli investitori esteri hanno acquistato l’83,7% della riapertura del BTP a sette anni e l’89% del tap sul trentennale. Sempre secondo Reuters, nella prima metà dell’anno l’Italia aveva già coperto il 55% dei circa 360 miliardi di euro di fabbisogno di finanziamento a medio e lungo termine previsto per il 2026.<br>Non si tratta dunque soltanto di investitori opportunistici alla ricerca del rendimento più alto. Il Tesoro sottolinea la presenza crescente di soggetti con un orizzonte di lungo periodo, come banche centrali, fondi sovrani, compagnie assicurative e fondi pensione. È un elemento particolarmente significativo perché una base di investitori più orientata al “buy and hold” tende, almeno in linea generale, a essere meno sensibile alle oscillazioni di breve periodo.<br>Anche la composizione delle nuove emissioni racconta la stessa storia. In un collocamento a 15 anni del febbraio 2026, la componente estera ha avuto un ruolo dominante, con una presenza particolarmente forte degli investitori europei e una quota significativa proveniente dal Medio Oriente. In altre parole, il BTP sta progressivamente uscendo dalla dimensione di strumento prevalentemente domestico per diventare una componente sempre più riconoscibile dell’universo obbligazionario internazionale.<br>Perché accade? La prima risposta è semplice: rendimento. Il debito italiano continua a offrire un premio rispetto ai titoli dei Paesi considerati più sicuri, ma oggi quel premio viene percepito da una parte del mercato come più interessante rispetto al rischio effettivo. È la combinazione che gli investitori cercano: rendimento superiore, ma con un profilo di rischio che appare più gestibile rispetto al passato.<br>La seconda risposta riguarda i conti pubblici. Nel 2025 l’indebitamento netto italiano è sceso al 3,1% del PIL, dal 3,4% del 2024, segnando il quinto anno consecutivo di miglioramento. La Banca d’Italia ha inoltre sottolineato nella Relazione annuale sul 2025 che la domanda estera di titoli pubblici italiani è rimasta elevata proprio in un contesto di riduzione dei differenziali di rendimento rispetto agli altri titoli sovrani dell’area euro.<br>La terza componente è politica. La stabilità relativa del governo italiano ha modificato la percezione di un Paese che per molto tempo è stato associato all&#8217;instabilità istituzionale. Reuters ha evidenziato come la combinazione tra stabilità politica e miglioramento delle finanze pubbliche abbia contribuito a rendere l’Italia più appetibile per gli investitori internazionali.<br>Il cambiamento della percezione del rischio è emerso anche nel confronto con la Francia. Nel settembre 2025 i rendimenti decennali francesi e italiani sono arrivati a coincidere intorno al 3,48%, un evento senza precedenti nella storia recente dei due mercati. Reuters ha sottolineato che il fenomeno non può essere letto semplicemente come una promozione dell’Italia: una parte della convergenza rifletteva infatti il deterioramento della percezione del rischio francese. Ma il dato resta indicativo di quanto siano cambiate le gerarchie all’interno del mercato obbligazionario europeo.<br>Il Financial Times ha analizzato a sua volta il progressivo avvicinamento tra Francia e Italia sul mercato sovrano, invitando però a non leggere meccanicamente ogni movimento dello spread come un cambiamento strutturale del merito di credito. La diversa liquidità dei titoli benchmark e le differenti scadenze possono infatti alterare il confronto. Il punto sostanziale, tuttavia, rimane: il mercato sta rivalutando il rischio relativo dei grandi debitori europei.<br>Per l’Italia questa trasformazione rappresenta innanzitutto un’opportunità. Una base di investitori più ampia significa maggiore capacità del Tesoro di collocare grandi quantità di debito senza dipendere eccessivamente da una singola categoria di sottoscrittori. È particolarmente importante in una fase nella quale la BCE non rappresenta più il compratore sistematico che era durante gli anni dei programmi di acquisto. Il mercato deve quindi assorbire una quota maggiore delle emissioni attraverso investitori privati e istituzionali.<br>C’è poi un secondo vantaggio, forse ancora più importante nel medio periodo: la presenza crescente di investitori internazionali può diventare un meccanismo di disciplina positiva. Se il mercato riconosce credibilità alla traiettoria dei conti pubblici, l’Italia può beneficiare di una riduzione del premio per il rischio e quindi di un costo di finanziamento più contenuto. È un circolo potenzialmente virtuoso: conti più solidi, maggiore fiducia, domanda più ampia, minore premio al rischio e, di conseguenza, condizioni di finanziamento migliori.<br>Ma esiste anche il rovescio della medaglia. Più investitori stranieri significa anche maggiore esposizione alle decisioni prese fuori dall’Italia. Gli investitori internazionali possono essere più rapidi nel modificare le proprie posizioni quando cambiano le aspettative sui tassi, sull’inflazione, sulla politica fiscale o sulla stabilità politica. È la lezione che il mercato italiano ha imparato duramente nel 2011-2012, quando la fuga degli investitori esteri contribuì all’impennata dello spread e alla crisi di fiducia sul debito sovrano.<br>La stessa Banca d’Italia, nel Rapporto sulla stabilità finanziaria del 2026, segnala che nella seconda metà del 2025 la quota di titoli di Stato italiani detenuta da investitori esteri è ulteriormente cresciuta. Ma l’Istituto richiama anche l’attenzione sull’aumento dell’attività di fondi non monetari, compresi gli hedge fund, sia sul mercato a pronti sia su quello repo. Questi operatori possono contribuire alla liquidità, ma in condizioni di finanziamento più tese possono essere incentivati a chiudere rapidamente le posizioni, con possibili conseguenze sulla volatilità dei rendimenti.<br>Il punto, quindi, non è stabilire se sia “meglio” avere più investitori esteri o più risparmiatori italiani. È la qualità e la diversificazione della base degli investitori a fare la differenza. Il modello italiano del dopo-crisi aveva puntato molto sui risparmi delle famiglie proprio perché considerate più stabili nei momenti di turbolenza. Ma la capacità di assorbimento del risparmio domestico ha dei limiti. Reuters osservava già nel 2025 che i depositi delle famiglie italiane presso le banche erano scesi a circa 2.300 miliardi di euro, dai 2.860 miliardi dell’aprile 2022, mentre il fabbisogno lordo di finanziamento dello Stato poteva arrivare a circa 350 miliardi.<br>La conseguenza è che l’Italia ha bisogno di entrambe le componenti: un forte mercato domestico, capace di offrire stabilità, e un mercato internazionale sufficientemente ampio da garantire profondità e liquidità alle emissioni. Il Tesoro sembra muoversi proprio in questa direzione, costruendo strumenti differenti per segmenti differenti. Nel giugno 2026 il direttore generale del debito pubblico Davide Iacovoni ha spiegato a Reuters che il Tesoro sta valutando anche un nuovo titolo indicizzato all’inflazione destinato specificamente agli investitori istituzionali, proprio per intercettare la domanda di banche, fondi e compagnie assicurative.<br>C&#8217;è infine una considerazione più ampia. Il crescente interesse internazionale per i BTP non equivale a una certificazione definitiva della solidità del debito italiano. Il debito resta superiore ai 3.200 miliardi di euro e, secondo i dati ufficiali della Ragioneria generale dello Stato, il rapporto debito/PIL è previsto al 138,6% nel 2026. Il vero test sarà quindi capire se la domanda estera rimarrà robusta anche quando il contesto finanziario europeo tornerà meno favorevole, quando i rendimenti scenderanno o quando emergeranno nuove tensioni geopolitiche e fiscali.<br>Per ora, però, il messaggio dei mercati è abbastanza netto. L’Italia non è più soltanto il grande debitore europeo che deve convincere gli investitori a comprare. È diventata un emittente che una parte crescente del mercato internazionale vuole avere in portafoglio. La sfida per Roma sarà trasformare questa nuova fiducia in qualcosa di più duraturo di un differenziale di rendimento: consolidare i conti, aumentare la crescita potenziale e mantenere credibilità politica e fiscale. Perché il vero successo non sarà vendere più BTP all’estero. Sarà fare in modo che gli investitori stranieri continuino a considerarli un investimento conveniente anche quando l’Italia non sarà più, semplicemente, il titolo con il rendimento più interessante.</p>
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		<title>Il Brasile al bivio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianni Pittella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Aug 2026 10:01:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Esteri]]></category>
		<category><![CDATA[brasile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Brasile si trova davanti a un confronto che va ben oltre la normale alternanza politica.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Con l’avvio ufficiale della campagna elettorale, il Brasile si trova davanti a un confronto che va ben oltre la normale alternanza politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da un lato Lula, con una proposta centrata sull’inclusione sociale, sulla lotta alle disuguaglianze e sulla tutela dell’ambiente. Dall’altro Flávio Bolsonaro, espressione di una visione più liberista, deregolatoria e industrialista, politicamente vicina all’universo trumpiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è soltanto uno scontro tra candidati, ma tra due diverse idee di società e del ruolo che il Brasile dovrà svolgere nello scenario internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi, come me, ha conosciuto Lula negli anni in cui ero leader del Gruppo socialista al Parlamento europeo, è naturale riconoscere il valore di una leadership attenta alla giustizia sociale, alla riduzione delle disuguaglianze e alla responsabilità ambientale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la posta in gioco va ben oltre le preferenze politiche. Il Brasile è un attore globale, una grande potenza economica e ambientale e, per l’Europa e per l’Italia in particolare, è anche la casa di una delle comunità di origine italiana più numerose e vitali al mondo. Una comunità che ho avuto modo di incontrare molte volte nel corso dei miei anni di attività politica, conoscendone da vicino la forza e il profondo legame con la terra d’origine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo ciò che accade a Brasilia non può lasciarci indifferenti. Riguarda il modello di sviluppo, la lotta alle disuguaglianze, la tutela dell’Amazzonia, la qualità della democrazia e gli equilibri geopolitici dell’intera America Latina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda, dunque, non è soltanto chi vincerà le elezioni. È quale Brasile parlerà al mondo domani — e quali valori sceglierà di rappresentare.</p>
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		<title>Cloud e intelligenza artificiale, l’UE alla prova della capacità di calcolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 08:41:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[digitale]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
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		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Europa dovrà accelerare lo sviluppo delle proprie infrastrutture digitali se vuole sostenere la crescita dell’IA.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’Europa dovrà accelerare lo sviluppo delle proprie infrastrutture digitali se vuole sostenere la crescita dell’intelligenza artificiale e rafforzare la propria resilienza tecnologica. È quanto emerge dal Cloud &amp; AI Study, commissionato dalla Commissione europea nel 2024 per raccogliere dati sulle esigenze attuali e future dell’UE in materia di cloud e capacità di calcolo per l’AI. I risultati dello studio hanno contribuito al documento di lavoro dei servizi della Commissione che accompagna la valutazione d’impatto della proposta di Cloud and AI Development Act (CADA), adottata lo scorso 3 giugno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’analisi fotografa un ecosistema europeo alle prese con una domanda di capacità di calcolo destinata a crescere rapidamente nel prossimo decennio. Cloud, edge computing e data centre sono infatti infrastrutture sempre più decisive per addestrare, perfezionare ed eseguire i modelli di intelligenza artificiale. Secondo lo studio, gli investimenti sono in aumento, ma l’espansione dell’offerta potrebbe non riuscire a tenere il passo con la domanda entro il 2036. I numeri indicano la dimensione della sfida. Nel 2025 la domanda complessiva dei data center nell’UE ha raggiunto circa 15,3 GW, a fronte di un’offerta disponibile di circa 12,4 GW, con un divario vicino ai 3 GW. Nello scenario di base, il gap potrebbe salire a circa 14 GW nel 2030 e a 20 GW nel 2036. A frenare gli investimenti contribuiscono procedure autorizzative che in alcuni casi possono arrivare a 48 mesi, difficoltà di accesso alla rete elettrica, disponibilità di energia e acqua e costi iniziali elevati. Lo studio passa inoltre in rassegna gli ostacoli transfrontalieri alla fornitura di servizi cloud, le pratiche di lock-in lungo la catena tecnologica dell’AI, i rischi legati alle normative di Paesi terzi con effetti extraterritoriali, gli incentivi fiscali e finanziari e le iniziative per facilitare l’accesso ai capitali. Un’attenzione specifica è dedicata anche alle politiche pubbliche per favorire l’adozione di soluzioni open source. Accanto alla capacità infrastrutturale emerge un secondo nodo: la dipendenza dell’Europa da fornitori non europei. Gli hyperscaler extra-UE rappresentano circa il 72% del mercato cloud europeo, mentre la quota dei provider europei è scesa dal 27% nel 2017 al 13% nel 2022. Differenze nelle regole sugli appalti, nei requisiti di sicurezza e negli obblighi di conformità continuano inoltre a ostacolare la crescita transfrontaliera dei servizi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per rispondere a queste criticità, il rapporto mette a confronto uno scenario di base con diverse opzioni di intervento, dalla maggiore cooperazione tra Stati membri fino a misure legislative e finanziarie a livello nazionale ed europeo. Le alternative sono valutate attraverso un’analisi costi-benefici monetizzata e un’analisi multicriterio. Sul fronte della capacità, le misure legislative e finanziarie nazionali e un intervento più forte dell’UE risultano generalmente più efficaci rispetto alla sola cooperazione. Per favorire l’adozione di cloud e AI, lo scenario maggiormente sostenuto nel complesso prevede invece un quadro coordinato a livello europeo, con appalti congiunti, un Cloud and AI Marketplace, sostegno alle PMI e misure a favore dell’open source. La sfida, dunque, non consiste soltanto nel costruire nuovi data center. Per l’Europa significa anche creare le condizioni normative, finanziarie ed energetiche per aumentare la capacità di calcolo, ridurre frammentazione e dipendenze e costruire un ecosistema cloud e AI più competitivo e resiliente.&nbsp;</p>



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