Esteri
Dazi al 25% sulle auto importate: Messico in allarme, Europa sul piede di guerra
Di Karim Lesina
Dal 2 aprile scattano negli Stati Uniti pesanti tariffe sulle auto d’importazione. Il provvedimento voluto dalla Casa Bianca minaccia di sconvolgere l’industria messicana e allarma l’Europa, in particolare la Germania.
Washington / Città del Messico. Una tariffa doganale del 25% sulle automobili importate entrerà in vigore negli Stati Uniti dal 2 aprile 2025, in seguito a un annuncio dell’amministrazione Trump . Si tratta di un dazio generalizzato su tutte le auto prodotte all’estero, giustificato da Washington con la necessità di “riequilibrare anni di squilibri commerciali” e motivi di sicurezza nazionale. La misura colpisce tanto i partner e alleati tradizionali quanto i concorrenti, e riguarda centinaia di miliardi di dollari di beni . Il settore automobilistico globale, già provato da anni di competizione e transizione tecnologica, trema di fronte a quella che molti definiscono “una svolta protezionista storica”.
Messico sotto pressione
Il Messico, strettamente integrato nelle filiere produttive nordamericane, appare il paese più esposto. Con quasi 3 milioni di veicoli esportati negli USA nel 2024 (per un valore di circa 78,5 miliardi di dollari) , il Messico è il primo fornitore di auto del mercato statunitense, davanti a Giappone, Corea del Sud, Canada e Germania. Gli stabilimenti automobilistici messicani – in cui producono modelli destinati agli USA anche case europee e asiatiche – rischiano di subire un duro contraccolpo. L’economia nazionale dipende fortemente dal mercato americano: oltre l’80% dell’export totale messicano è diretto negli Stati Uniti , e l’automotive ne rappresenta una quota importante. Secondo varie stime, se i dazi del 25% dovessero essere applicati in pieno, il PIL del Messico potrebbe subire una contrazione superiore all’1% nel prossimo anno – un impatto quasi dieci volte più severo rispetto a quello previsto per la Germania . Un clima prolungato di incertezza commerciale, avvertono gli analisti, rischia di frenare investimenti e crescita nel paese latinoamericano.
Il governo messicano, pur definendo i dazi “una pessima idea” dato l’alto grado di integrazione economica fra i due paesi , ha reagito con cautela. La presidente Claudia Sheinbaum – insediatasi da pochi mesi – ha parlato di “momento decisivo” per il Messico e ha promesso che “non ci sarà sottomissione” agli interessi statunitensi . Sheinbaum ha però escluso ritorsioni immediate: ha dichiarato che attenderà fino al 2 aprile prima di decidere eventuali contromisure, lasciando spazio alla diplomazia . In queste settimane Città del Messico ha intensificato i contatti con Washington: l’ex ministro degli Esteri Marcelo Ebrard, ora responsabile dell’Economia, è volato nella capitale statunitense per colloqui urgenti con il Dipartimento del Commercio . Proprio Ebrard ha cercato di rassicurare gli imprenditori messicani, stimando che “tra il 10% e il 12%” degli esportatori locali potrebbe trovarsi a pagare i dazi perché incapace di rispettare le nuove regole – una percentuale relativamente contenuta, indice che quasi il 90% dell’export messicano riuscirebbe a evitare le tariffe grazie agli accordi di libero scambio vigenti . Allo stesso tempo, il Messico prepara misure di sostegno interno: sono state avviate consultazioni con i rappresentanti dell’industria dell’acciaio, dell’alluminio e dell’auto per valutare contromosse e mitigare l’impatto sui settori colpiti.
L’imposizione tariffaria da parte degli USA è arrivata al culmine di settimane tese. Solo il mese scorso Trump aveva minacciato dazi generalizzati per costringere il Messico a rafforzare i controlli sul traffico di droga (in particolare del fentanilo) e sull’immigrazione clandestina . In extremis vi era stato un rinvio di alcune settimane, con Trump che aveva riconosciuto gli sforzi di Sheinbaum – tra cui lo schieramento di 10.000 guardie nazionali al confine nord – e posticipato l’entrata in vigore dei dazi al 2 aprile . Ciò nonostante, il 4 marzo gli Stati Uniti hanno iniziato ad applicare tariffe del 25% su acciaio e alluminio provenienti da Messico e Canada, mostrando la determinazione di Washington a procedere sulla linea dura . Di fronte a quella che Città del Messico vive come una grave crisi nelle relazioni bilaterali, Sheinbaum ha assunto toni fermi ma nazionalisti: “Il popolo del Messico è forte e la nostra economia va bene, ma difenderemo la sovranità del Paese. Se le circostanze continueranno, cercheremo altri partner commerciali”, ha avvertito la presidente messicana, evocando possibili riallineamenti strategici . Parole che riflettono sia la pressione interna a non cedere, sia la consapevolezza dei rischi: «Le tariffe faranno male al Messico, ma avranno un pedaggio enorme anche sull’economia statunitense nel breve termine», ha aggiunto Sheinbaum, sottolineando come i costi della guerra dei dazi ricadrebbero anche sulle famiglie americane .
Le preoccupazioni si estendono a tutta l’America Latina. Molti governi della regione temono gli effetti indiretti della svolta protezionista di Washington: una frenata del commercio globale o un eventuale spostamento di produzioni fuori dal Messico potrebbero ripercuotersi sulle filiere manifatturiere dal Brasile all’America Centrale. Alcuni osservatori notano anche implicazioni geopolitiche: se la tensione commerciale tra USA e Messico dovesse aggravarsi, paesi concorrenti come la Cina potrebbero approfittarne per aumentare la propria influenza economica in America Latina, presentandosi come partner alternativi. Finora nessun paese latinoamericano, a parte il Messico, è direttamente bersaglio dei dazi sulle auto; tuttavia, l’aria da guerra commerciale globale desta grande apprensione nelle capitali sudamericane, già alle prese con scenari economici incerti.
L’allarme dell’Europa
Oltre Atlantico, l’annuncio dei dazi sulle auto ha provocato reazioni durissime in Europa. Il settore automobilistico è colonna portante di molte economie del Vecchio Continente – Germania in primis – e l’UE esporta ogni anno milioni di vetture sul mercato statunitense. La Commissione Europea ha subito espresso “profondo rammarico” per la decisione di Washington, avvertendo che essa trascina le due sponde dell’Atlantico in “una pericolosa guerra commerciale” . L’ACEA, l’associazione dei costruttori automobilistici europei, si è detta “profondamente preoccupata” dall’annuncio di Trump e ha esortato la Casa Bianca a “considerare l’impatto negativo dei dazi non solo sulle case automobilistiche globali, ma anche sulla produzione nazionale USA” , ricordando che i produttori europei con stabilimenti in America esportano oltreoceano fino al 50-60% delle auto costruite negli USA, contribuendo positivamente alla bilancia commerciale americana . In altre parole, i dazi di Trump rischiano di penalizzare anche le imprese che producono sul suolo statunitense, interrompendo catene del valore ormai pienamente interconnesse a livello transnazionale.
A Berlino l’allarme è doppio: economico e simbolico. Volkswagen, BMW, Mercedes-Benz e gli altri marchi tedeschi contano milioni di clienti negli Stati Uniti. Pur avendo spostato parte della produzione localmente (soprattutto SUV e berline di lusso), una quota significativa delle auto tedesche vendute in America è ancora importata: ad esempio circa l’80% delle vetture Volkswagen sul mercato USA viene prodotta all’estero . Non a caso Volkswagen è ritenuta il gruppo più esposto ai nuovi dazi, anche perché molti suoi fornitori e stabilimenti sono in Messico e non negli States.
In termini di impatto macroeconomico,Canada e Messico subirebbero contrazioni marcate, data la loro maggiore dipendenza dal mercato USA . Proprio il Canada, altro partner nordamericano colpito, ha reagito annunciando un fondo di compensazione da 2 miliardi di dollari canadesi per tutelare l’occupazione nel proprio settore automobilistico. Il primo ministro di Ottawa, Mark Carney, si è detto pronto a ritorsioni mirate se necessario, mentre il sindacato canadese dei metalmeccanici Unifor accusa Trump di portare un “attacco senza precedenti” e invita le case di Detroit a produrre in Canada se vogliono vendere sul mercato canadese.. Anche dal Giappone – altro grande esportatore di veicoli negli USA – arrivano pressioni diplomatiche: il premier Shigeru Ishiba ha chiesto che i produttori nipponici vengano esentati dai dazi, pur avvertendo che Tokyo valuterà “tutte le opzioni” in risposta.
Rischio di guerra commerciale globale
L’introduzione del dazio del 25% da parte degli Stati Uniti sulle auto importate rischia di innescare una nuova guerra commerciale, con effetti a catena sull’economia globale. L’industria automobilistica mondiale, già alle prese con vendite in calo e con i costi della transizione verso l’elettrico, potrebbe subire un ulteriore colpo. Anche le auto prodotte negli Stati Uniti non sarebbero immuni: gran parte dei componenti – motori, batterie, elettronica – proviene infatti da paesi come Messico, Canada, Germania o Giappone. Colpire questi partner significa quindi penalizzare indirettamente anche le fabbriche americane. Persino figure vicine all’amministrazione Trump, come Elon Musk, hanno espresso preoccupazione per l’impatto sul costo dei pezzi di ricambio e sulla redditività delle case automobilistiche. In parallelo, settori come l’agricoltura e il tessile temono ritorsioni da parte dell’Europa e di altri partner commerciali, con l’UE che ha già preparato una lista di prodotti statunitensi – tra cui bourbon e jeans – da colpire con nuove tariffe.
Il presidente Trump ha tuttavia difeso con forza la misura, definendola “un atto di giustizia economica” e “una correzione necessaria dopo anni di squilibri commerciali”. Durante il suo annuncio ufficiale, ha affermato che “le tariffe proteggeranno i lavoratori americani, attireranno produzione negli Stati Uniti e metteranno fine all’abuso sistematico delle nostre regole da parte di paesi che approfittano della nostra apertura”. Trump ha sottolineato come molti partner commerciali “abbiano approfittato degli accordi di libero scambio senza rispettarne lo spirito”, promettendo che il nuovo approccio “porterà lavoro e investimenti in patria”. Ha inoltre assicurato che i produttori che aumenteranno il contenuto nazionale delle loro auto “saranno premiati” attraverso esenzioni parziali. L’obiettivo, secondo il presidente, è quello di “rafforzare l’industria americana, rendendola più forte, più indipendente e finalmente rispettata nel mondo”.
Sul fronte finanziario, però, le reazioni sono già evidenti: le azioni delle principali case automobilistiche europee e asiatiche hanno perso terreno, mentre a Wall Street si registra volatilità nei comparti automotive e industriale. Gli analisti avvertono che una spirale tariffaria potrebbe alimentare l’inflazione negli Stati Uniti, costringendo la Federal Reserve a un rialzo dei tassi, con ripercussioni anche sulle valute dei mercati emergenti. Non tutti, però, ritengono che il nuovo regime tariffario sia destinato a durare: c’è chi lo interpreta come una mossa negoziale volta a forzare concessioni dai partner.
